Umberto D

Umberto D

Umberto D

Anno 1952

Regia                 Vittorio De Sica

Soggetto               Cesare Zavattini
Sceneggiatura      Cesare Zavattini
Produttore             Giuseppe Amato, Angelo Rizzoli, Vittorio De Sica
Fotografia              G. R. Aldo
Musiche                Alessandro Cicognini
Scenografia          Virgilio Marchi

 

Interpreti e personaggi
Carlo Battisti: Umberto Domenico Ferrari
Maria Pia Casilio: Maria, la servetta
Lina Gennari: Antonia, la padrona di casa
Elena Rea: suora
Memmo Carotenuto: un ammalato
Alberto Albani Barbieri: amico di Antonia

Google traduttore

Trama

Umberto Domenico Ferrari,ex funzionario al Ministero dei lavori pubblici, vive solo con il cagnolino Flaik come unico amico in una camera in affitto. A causa della misera pensione è sempre in ristrettezze economiche e la padrona di casa lo minaccia di sfratto perché non ha i soldi per pagare l’affitto. Per tacitare la padrona di casa vende il suo orologio ed alcuni libri.

Nell’attesa che si liberi la sua camera che la padrona ha momentaneamente subaffittato ad una coppietta, Umberto, in cucina, parla con la giovane e comprensiva serva Maria, la quale gli rivela di essere incinta ma di non sapere chi sia il vero padre in quanto ha due fidanzati entrambi militari.  Il giorno dopo febbricitante per la tonsillite, si fa ricoverare in ospedale dove vanno a fargli visita Maria e Flaik e dove cerca di rimanere quanti più giorni possibile così da risparmiare sulla pigione e poter saldare il suo debito.

Quando esce dall’ospedale scopre che sono in corso lavori di ristrutturazione in vista del matrimonio della padrona. Mentre cerca il cane, Umberto trova Maria in lacrime, abbandonata da entrambi i fidanzati militari. La giovane gli comunica che Fleik è scappato di casa dopo che la padrona aveva deliberatamente lasciato la porta aperta. L’uomo si reca al canile dove ritrova Flaik in tempo per evitarne la soppressione.

In giro per la città si imbatte in un vecchio amico, al quale confida la sua difficile situazione: ma l’amico tronca la discussione con la scusa di dover prendere il tram. Osservando come un mendicante riesce a farsi dare l’elemosina, Umberto prova a fare come lui ma la dignità ha il sopravvento. Prova allora a far chiedere l’elemosina a Flaik facendogli tenere il cappello tra i denti mentre lui se ne sta nascosto in disparte: ma quando passa un suo conoscente, Umberto se ne vergogna e fa finta di niente sostenendo che Flaik stava solo giocando.

Il mattino successivo prepara la valigia, saluta Maria e prende il tram.  Deciso a suicidarsi vorrebbe prima mettere al sicuro Flaik.  Scarta l’idea di una pensione per cani perché capisce che i tenutari sono persone che non amano gli animali . Va al parco e tenta di donarlo a una ragazzina ma la sua governante glielo impedisce categoricamente. Con in braccio Flaik, oltrepassa un passaggio a livello con le sbarre abbassate portandosi vicino ai binari mentre sta sopraggiungendo il treno. Il cane intuisce il pericolo e, terrorizzato, si divincola e scappa verso il parco. Umberto rincorre il cane che non si lascia prendere non fidandosi più di lui. Ma il vecchio lo invita a giocare con lui lanciando lontano una pigna e invitandolo a riprenderla. I due si riconciliano e, mentre continuano a giocare, si allontanano nel vialetto.

Il film è considerato una delle opere più rappresentative del  neorealismo italiano, il movimento culturale che si sviluppò in Italia nel periodo della seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra. Il movimento si prefiggeva l’obiettivo di rappresentare la realtà sociale e la vita quotidiana, i problemi delle persone più deboli  senza distorsioni o rielaborazioni di alcun genere. A tal fine venivano spesso utilizzati attori non professionisti, “presi dalla strada”, come è il caso del protagonista di Umberto D.

 

Critica

Recensione di Salvatore Venuleo: L’imprevista attualità di Umberto D

Si dice che il prodotto dell’arte sia sempre attuale. E’ un po’ vero. Resta intatta la capacità di emozionare. Talvolta però persiste attuale la storia, la narrazione, non solo l’emozione. Così mi capita di pensare rivedendo Umberto D, il capolavoro neorealistico del ’52 di De Sica, sceneggiato da Zavattini. L’emozione, il colore emotivo del film è nella solitudine opprimente e senza speranza del pensionato. La materia, la storia è nella fatica quotidiana di sopravvivere, trovare un pasto e un tetto. Una materia che ci sembrava datata. Dopo Umberto D ci fu lo sviluppo e il miracolo economico. Per anni abbiamo creduto che tutto sarebbe stato sempre più facile. Il lavoro, la pensione, la sicurezza. Avremmo potuto archiviare Umberto D nel cassetto dei classici, delle emozioni estetiche, nel vasto repertorio del come eravamo . Non è andata così. Umberto D è un anonimo ex impiegato ministeriale, pensionato che nell’Italia in ricostruzione dei primi anni ‘50 indossa gli abiti dignitosissimi e formali di chi una volta era integrato. Ma ora, senza famiglia e senza più lavoro, c’è il deserto delle relazioni insieme alla fatica di sopravvivere. Il cibo nelle mense preposte alla carità. Il tetto in una stanza in affitto che è sempre più difficile pagare. Flaik, il cane che lo accompagna, è il solo vero affetto, quello che lo dissuaderà dal concludere una vita senza gioia. Dopo la rivisitazione di Umberto D, ammetto di guardare con occhi diversi i tanti miei concittadini così impegnati ad accudire i loro animali, a costo di complicarsi la vita. Dicevo di analogie e di ritorno. Nel gioco delle analogie – 60 anni dopo – la vendita dell’orologio di Umberto per racimolare la pigione di casa somiglia troppo alla nuova moda della vendita dell’oro. Anche oggi per pagare un affitto, verosimilmente. Oggi come allora gli anziani privi di tetto o compagnia sognano un letto di ospedale. Nel labirinto dello stato sociale, ora come allora bisogna, fingersi qualcos’altro – malato – perché essere vecchi non dà titoli sufficienti. E lì nell’ospedale in cui Umberto D trova provvisorio riparo, c’è la perla interpretativa di Memmo Carotenuto, un tipo umano che sopravvive dalla commedia classica. La furbizia, il saper navigare nello stagno in cui la vita ti confina. La furbizia degli sconfitti che insegnano come diventare clienti di una suora perché da lei, non dal primario, negli oscuri rapporti di potere, dipende la possibilità di prolungare il soggiorno nel reparto. A proposito di pedagogia della furbizia e della sopravvivenza, l’acquirente dell’orologio, conclusa la rapina legale, con flessibilità – si direbbe oggi – atteggia la mano facendosi mendicante. Ho visto qualcosa di simile oggi nei rom che fra un bidone esplorato di immondizie e l’altro, strada facendo, ti chiedono qualche centesimo. Beh, però questo nella dialettica fra ciò che ritorna e ciò che permane, è una relativa novità. Ai tempi di Umberto D lo spreco non aveva le dimensioni di oggi. Grazie allo spreco i bidoni sulle strade sono pieni di risorse per il popolo dei rom e quelli del mercato consentono a pensionati simili ad Umberto D di racimolare scarti di verdure. E’ l’effetto benefico della ricchezza che, mutatis mutandis, nella filosofia di Daniela Santanché del Viva i ricchi, fa arrivare occupazione e briciole commestibili a quelli che non hanno meritato di meglio. Una filosofia assolutamente vincente, a pensarci, a parte gli esibiti eccessi di tanta rappresentante della nostra destra e dei nostri tempi. Tante cose sono mutate. E’ mutata la condizione giovanile che nell’epoca del neorealismo non era un problema. I giovani erano destinati a salire la scala della condizione sociale assegnata alla nascita. Uno, due, tanti gradini, a seconda del merito e della fortuna. E’ mutata in meglio la condizione femminile, nella consapevolezza dei diritti, ad esempio. E la libertà sessuale, il faticoso riconoscimento di ogni identità sessuale, etc. Gli anziani invece sono tornati nella solitudine di allora, in un mondo tutto indaffarato nella ricerca di un lavoro, del successo o del prestigioso oggetto inutile. Un mondo che scompare al momento del pensionamento. Si è deciso – non so come – che il continuum riguardi la vita dalla nascita, all’età evolutiva, allo studio, al lavoro e che poi debba intervenire la netta cesura del pensionamento. Occuparsi di questi “fortunati” appare un lusso. Quindi solo loro, se pensionati al minimo o vicini al minimo e con canone da pagare, si accorgono che le ridotte protezioni contro l’inflazione aggiungono fragilità a fragilità. Sospettano che sia ingiusto che il legislatore approfitti della loro forza contrattuale pari a zero per realizzare le economie che sembra impossibile realizzare sui fortunati veri. Fanno quindi ogni tanto un corteo come quello con cui si apre Umberto D. Poi, fra sensi di colpa e impotenza, imparano dai Memmo Carotenuto le tecniche della sopravvivenza. Umberto D per un attimo decide di passare il confine. Prima tenta di servirsi del suo cane per raccogliere elemosine. Poi, per un attimo, in una delle scene più intense, apre lui la mano. Solo per un attimo. Subito la mano si rivolta offrendo alla vista il dorso e non più il palmo. Perché diventare poveri è più difficile ancora che nascere poveri. Bisogna dare spiegazioni a chi prima ti era pari. Il neorealismo indagò la triste normalità di chi non fa notizia. Ebbe critiche dalla politica. Le ebbe “da destra” e un po’ anche “da sinistra”. Il giovane sottosegretario Andreotti, visionato Umberto D, non era così ingenuo da contestarlo tout court. Diceva: De Sica ha voluto dipingere una piaga sociale e l’ha fatto con valente maestria, ma nulla ci mostra nel film che dia quel minimo di insegnamento[…] E se è vero che il male si può combattere anche mettendone a nudo gli aspetti più crudi, è pur vero che se nel mondo si sarà indotti – erroneamente – a ritenere che quella di De Sica è l’Italia del ventesimo secolo, De Sica avrà reso un pessimo servigio alla sua patria. A proposito di ritorni, sembra di ascoltare la polemica di Berlusconi verso Saviano che avrebbe danneggiato l’Italia mostrando l’infezione mafiosa. O, all’indietro, le reprimende del regime fascista verso i “disfattisti”. Mi interessa però evidenziare la critica, diversa, ma non troppo di Pietro Ingrao (Rinascita, febbraio 1952): Altre volte abbiamo parlato della concezione del mondo ingenua, spaventata e mitica che si ritrova anche nelle opere più efficaci del cinema realista italiano. Umberto D conferma questa osservazione. Interpreto così il significato delle due critiche. Per Andreotti Umberto D fa torto al Paese come se suggerisse che quella condizione umana è di tutti gli italiani. Anche per Ingrao De Sica e Zavattini sbagliano. Anche per Ingrao quel realismo non dice tutto. Il colore grigio del film non è dovuto alla assenza dalla scena delle forze produttive e dei ceti emergenti. E’ dovuto invece a quella assenza di coraggio e di prospettiva che fa apparire l’arte di De Sica “spaventata”, incapace di mobilitare speranze di cambiamento. Direi che le critiche legittimamente possono esibire ciò che è assente in un prodotto artistico. A me pare che, a dispetto del termine, il neorealismo colga inevitabilmente solo frammenti della realtà. Quello di De Sica, ad esempio, riducendo i corpi a poca cosa. Corpi che necessitano di cibo e di riparo. Assenti odori, sapori e sensazioni tattili, pulsioni, mal di stomaco e secrezioni. Mi sembra una delle ragioni per cui tanti anziani si riconoscono nelle gesta erotiche del leader della destra piuttosto che in Umberto D. Quel leader propone una prospettiva conviviale e il sogno dell’eros senza scadenze anagrafiche. Assai più che un cibo per saziarsi o un tetto per ripararsi. Perché è difficile desiderare la vita se la vita è solo questo. Non è la prospettiva che Ingrao trovava assente in Umberto D. Ma può essere un contenuto della prospettiva di cambiamento politico di cui Ingrao lamentava l’assenza in De Sica. Sì, dispiacerebbe sia a Berlusconi che ad Ingrao questa spregiudicata connessione. Però a me piace cogliere i tesori e le promesse confuse fra lo sterco. Dobbiamo imparare a separarle ed apprezzarle. Intanto sto leggendo Diario di un corpo di Daniel Pennac. Altra tipologia di realismo. Quanti realismi…Vorrei parlarne. (Dal Blog di Salvatore Venuleo)

 

Note di Andrè Bazin (In What is Cinema? Univerisity of California Press – Berkeley and Los Angeles )

Nella misura in cui è davvero la borghesia che è coinvolta, il film riporta la miseria segreta, l’egoismo, la mancanza di sentimenti affettivi che caratterizzano i suoi membri. Il suo protagonista avanza passo dopo passo nella sua solitudine: la persona più vicina a lui, l’unica a mostrargli tenerezza, è la piccola cameriera della padrona di casa; ma la sua gentilezza e la sua benevolenza non possono prevalere sulle sue preoccupazioni di futura madre non sposata.

De Sica e Zavattini si preoccupano di fare del cinema l’asintoto della realtà, ma affinché alla fine debba essere la vita stessa che diventa spettacolo, affinché la vita possa in questo specchio perfetto essere visibile poesia, essere il sé in cui il film finalmente si trasforma.