Il filibustero della montagna e il prete combattente

Ciò che mi ha indotto ad occuparmi di questa triste vicenda, è stata la scoperta delle tomba, da parte mia, del partigiano Nino Siligato al cimitero di Messina, in cui mi recai in occasione della festa dei morti del 2 novembre 1999 per portare dei fiori a una mia parente defunta.

Nino, come tutti lo chiamavano al paese e nei luoghi delle sue eroiche gesta viene ricordato dai pontremolesi e dai liguri che lo conobbero, come il capo partigiano, terrore dei nazisti, e gli diedero l’appellativo di “Filibustiere della montagna”.

Foto di copertina del libro

Foto di copertina del libro

Al suo paese, Limina prov. Messina le testimonianze dei suoi coetanei, parlavano di un ragazzo timidissimo, che tentò di fare il sarto, ma poi decise di studiare e si arruolò nella Marina conseguendo il grado di sottocapo nocchiére.

Imbarcato sullaEugenio di Savoia”, partecipò alla battaglia di Pantelleria, guadagnandosi la Croce di Guerra al Valore Militare.

Venne poi inviato convalescente a La Spezia, a seguito di una ferita riportata nel corso della battaglia.

Trasferito a Roma venne costretto ad arruolarsi nella “X Flottiglia M.A.S.” di Valerio Borghese dove apprese dai commilitoni che sarebbe stato inviati insieme a loro per un rastrellamento di partigiani in Piemonte. Indignato al pensiero di uccidere altri italiani, disertò e prese il treno di ritorno per La Spezia dove, dopo qualche settimana, si recò in Val di Taro (Parma), in cerca di reparti partigiani per affiancarsi a loro nella lotta contro i tedeschi e le Brigate Nere fasciste.

Quando raggiunse i partigiani, Nino rischiò di essere fucilato da quest’ultimi, in quanto venne scambiato per una spia di Valerio Borghese, in quando faceva molto freddo, ed egli portava sotto la giacca un maglione di lana con lo stemma della X MAS che traspariva attraverso la giacca. Infatti una delle due sentinelle partigiane esclamo: “Con quelle credenziali è impossibile che tu possa entrare nella Brigata Centocroci!”. Successivamente Nino venne salvato dal capo partigiano Righetto che lo interrogò e si accorse che era in buonafede e che diceva la verità.

Ma quale fu il vero motivo che lo spinse a cambiare completamente casacca?

Il motivo, il più importante, che spinse Siligato a divenire partigiano, considerata la sua sensibilità, fu molto probabilmente, la terribile notizie appresa sugli eccidi efferati compiuti dai tedeschi e dalle Brigare Nere sulla popolazione inerme in toscana, in Emilia e Liguria. A S. Anna di Stazzema (Lucca), i tedeschi entrarono alle prime luci dell’alba svegliando tutta la popolazione del paesino, simile al suo, con circa 1000 abitanti. Gli uomini e i ragazzi ai primi sentori dell’arrivo dei nazifascisti si nascosero nella boscaglia per non essere catturati e portati nei lager tedeschi. Ma altre 560 persone costituite da donne, vecchi e bambini rimasero nelle loro case perché non avrebbero mai pensato che i militari tedeschi assieme ai fascisti avrebbero infierito selvaggiamente contro di loro. Quindi furono raggruppati dalle SS nei pressi della locale chiesa.

Il parroco, don Innocenzo Lazzeri, implorò il comandante tedesco affinché non facesse del male ai suoi parrocchiani, ma per tutta risposta ricevette un colpo alla nuca che lo fulminò all’istante. Subito dopo spuntarono da un camion delle SS due mitragliatrici, che erano nascoste da un telone, che fecero fuoco falciando tutta la popolazione. Si salvò soltanto una bambina sulla quale caddero i suoi genitori che la proteggerono anche dal colpo di grazie che i tedeschi davano ai feriti agonizzanti.

Di lui Nino parlò don Luigi Canessa, cappellano della Brigata Centocroci di La Spezia in cui militava Nino, nell’opera, dal titolo “Sedici mesi di guerriglia sugli Appennini liguri emiliani”, assieme ad altri protagonisti di primo piano, come Righetto, Beretta e il maggiore inglese Gordon Lett, i quali lo videro come un capo partigiano, sicuro e deciso. A Canessa gli fu dato il nomignolo di “Prete combattente”

Quando Nino cadde a Codolo di Pontremoli (Massa Carrara), il 20 gennaio del 1945, la brigata «Centocroci » prese il suo nome. Egli aveva compiuto venticinque anni.

Araldo di libertà”, v‘è scritto, fra l’altro nella motivazione per la medaglia d’oro, “in innumerevoli ed arrischiate missioni di guerra, portò alle popolazioni oppresse la parola della speranza e della fede infiammando centinaia di giovani all’ideale della lotta per la libertà…”.

 

Antonio Filippo Casablanca

Libro:
Antonio Filippo Casablanca, Il filibustero della montagna e il prete combattente, Editoriale Melvin, Caracas 2015