Tindari

L’antica città greca di Tindari (Tyndaris) è situata su un promontorio dei monti Nebrodi che si sporge, da un’altezza di 268 m, a picco sul mar Tirreno nel golfo di Patti di fronte alle Isole Eolie. La città venne fondata dai Messeni con il permesso e l’aiuto di Dionisio (o Dionigi) di Siracusa nel 396 a.C. I Messeni provenienti dal Peloponneso, avevano partecipato da mercenari con i siracusani alla guerra contro Cartagine. Alla città fu dato il nome di Tyndaris, in onore di Tindaro, re di Sparta e sposo di Leda, padre terreno di Elena, Clitennestra e dei Dioscuri Castore e Polluce. Sulla paternità divina (da Zeus) dei figli di Leda esistono versioni contrastanti.

Il promontorio sul quale Tindari fu costruita  dominava su vaste pianure e verdeggianti colline in territorio sottratto alla città sicula di Abacena (Abacaenum, probabilmente l’odierna Tripi ) compreso tra i fiumi Mazzarrà e Timeto. Favorita dalla natura e dalla posizione sicura si sviluppò rapidamente, anche con l’arrivo di nuovi coloni, e cominciò ad espandersi conquistando nuovi territori a spese dei Siculi.

Così ne parla Diodoro Siculo nella sua  Bibliotheca historica, libro XIV:

Poi Dionigi reclutò altri stipendiati, alla fede de’ quali, e a quella de’ liberti commise il suo principato; e mentre dopo la rotta de’ Cartaginesi andarono unendosi insieme tutti quelli che rimasti erano delle varie città di Sicilia già messe in servitù, restituitisi ai loro luoghi nativi presero forza di nuovo. Egli raccolse mille Locresi, quattro mila Medininei, e seicento Messenj esuli dal Peloponneso, da Zacinto, e da Naupalto , e li collocò in Messana (Messina). Ma poi vedendo, che i Lacedemoni soffrivano mal volentieri che  i Messenj da essi voluti esterminati, avessero ottenuta sì illustre città da abitare, li levò di là e li trasportò in una parte della regione Abacena presso il mare ed assegnò loro determinati limiti. I Messenj chiamarono la città ivi fondata col nome di Tindari e in buona pace amministrando la loro repubblica, ed accogliendo fra loro molti che vi accorsero non guari andò che si trovarono cresciuti oltre il numero di cinquemila cittadini.


Pochi anni dopo la fondazione Tindari partecipò con Siracusa alla guerra contro i Siculi che tentavano di riprendersi anche il suo territorio ed estese i suoi domini.

Nel 344 a.c. Timoleone venne in Sicilia da Corinto per liberare Siracusa dalla tirannia e porre fine alla guerra civile che dilaniava il mondo greco siciliano e Tindari fu una delle prime città a stringere con lui alleanza.

Quando i Mamertini (mercenari di origine campana che avevano militato con Agatocle di Siracusa) nel 283  a.c. conquistarono Messina, dilagando nella Sicilia settentrionale e orientale, minacciavano Tindari, ma Gerone II di Siracusa intervenne sconfiggendoli nella battaglia del Longano (nei pressi dell’odierna Barcellona Pozzo di Gotto) nel 270 a.c..

Durante la prima guerra punica, con Gerone II di Siracusa alleato dei Cartaginesi, Tindari fu base navale cartaginese contro la volontà dei suoi abitanti, e nelle sue acque si combatté nel 257 a.C. la battaglia nella quale la flotta romana, guidata dal console Aulo Atilio Calatino, mise in fuga quella cartaginese.

Nel 254 a.c. tutta la costa settentrionale della Sicilia era nelle mani dei Romani e Tindari non tardò a sottomettersi a Roma in fidem et amicitiam populi Romani

Tindari partecipò alla seconda guerra punica e alla spedizione contro Cartagine avvenuta dal 218 al 202 a.C. in seguito all’invasione della penisola italiana da parte di Annibale. Scipione l’Africano in segno di riconoscenza donò alla città una superba statua aurea raffigurante Mercurio che fu collocata nel Ginnasio.

Nella Battaglia di Cartagine del 146 a.C., Tindari si schierò a fianco di Scipione Emiliano. Dopo la distruzione di Cartagine la città di Tindari fu premiata con privilegi e donazioni, e la restituzione della statua di Mercurio, che era stata sottratta in precedenza dai Cartaginesi.

Più tardi Gaio Verre, dal 73 a.C. al 71 a.C.  propretore della Sicilia e artefice di innumerevoli ingiustizie e ruberie,  pretese che la statua di Mercurio fosse rimossa e che gli fosse consegnata perché voleva adornare la sua casa a Messina. Il Senato della città si oppose. Verre allora convocò Sopatro, primo Magistrato della città, e all’ennesimo rifiuto di consegnare la statua lo fece  spogliare nudo e lo fece legare ad una statua equestre di bronzo di Gaio Marcello esposto al freddo e alla pioggia. Lo liberò solo quando il Senato di Tindari acconsentì a consegnare la statua di Mercurio.

Marco Tullio Cicerone quale difensore pubblico, pronunciò nel processo contro Verre una delle sue orazioni più famose (Verrine). Durante la sua visita a Tindari, effettuata per indagare sulle malefatte di Verre, giudicò la città così prospera e bella che le diede l’appellativo di “nobilissima civitas“.

Nelle guerre civili fra Sesto Pompeo e Ottaviano Augusto, Tindari si schierò con quest’ultimo e per l’importanza della sua posizione divenne il centro delle operazioni di Agrippa e di Augusto. Agrippa, nominato comandante in capo della flotta di Augusto, sconfisse Sesto Pompeo a Mylae e a Nauloco e distrusse completamente la forza navale di Sesto. Con Augusto, nel 36 a.c., Tindari divenne  colonia romana, una delle cinque della Sicilia, con il nome di Colonia Augusta Tyndaritanorum. Una colonia romana era una comunità autonoma, situata in un territorio conquistato da Roma in cui si stanziavano dei cittadini romani, legata da vincoli di eterna alleanza con la madrepatria. Dopo la colonizzazione greca si ebbe quindi la colonizzazione romana.

Ma la natura medesima della montagna sulla quale era la città fabbricata, le preparava una orrenda sventura; un giorno una parte della montagna, forse in seguito ad una scossa sismica, franò verso il mare . E ciò avvenne nel I secolo d.C. Lo storico e geografo Strabone, vissuto in quel periodo, descrive Tindari come un piccolo centro di scarsa importanza. E il declino economico proseguì nel II secolo insieme ad un consistente calo demografico. I terremoti del 365 e 374 ne segnarono il definitivo declino. Nel 440 finiva il dominio romano con la spedizione del vandalo Genserico.

In epoca bizantina la città di Tindari fu sede episcopale. La Cattedrale fortezza occupava l’area del tempio dedicato a Cerere posta sulla rocca di levante.

La città fu distrutta dagli Arabi nell’anno 836 quando Fadhl-ibn-Iakub assalì e spogliò le isole Eolie ed espugnò la fortezza di Tindari costringendo i pochi abitanti rimasti ad emigrare altrove.

Il viaggiatore storiografo Idrisi al servizio della corte normanna di re Ruggero II di Sicilia dopo il 1145 documenta nell’opera Il libro di Ruggero l’esistenza di luoghi di culto e fortificazioni.

Nel XIV secolo, Pietro II d’Aragona affida le terre al cugino Bonifacio d’Aragona definito Signore della rocca di Tindari.

Nel 1360, regnante Federico IV di Sicilia, il possedimento è assegnato a Vinciguerra d’Aragona barone di Militello.

Al tempo della ricognizione dell’archeologo, storico e teologo Tommaso Fazello (1496-1570), il sito si presentava in rovina ad eccezione della chiesa di Santa Maria da Tindáro.

Questa città era in piedi al tempo che Federigo secondo era Re di Sicilia, ma non era in fiore, come ella era già, ma al mio tempo ella è rovinata insino da’ fondamenti. Le cui vestigia grandissime, si vedon per tutto, dove ella fu, come son pezzi di muraglie rovinate, pietre tagliate in quadro, colonne rotte, e case per terra. Nel piu alto luogo della città, dove anticamente era la Rocca, è solamente una chiesa, chiamata Santa Maria da Tindàro, et è di gran divotione, et ogni anno a gli otto di Settembre, vi si fa una bella fiera con gran concorso de’ popoli di Sicilia. E fuor che questa chiesa, non v’è altro di tutta la città, salvo che anticaglie, e campi da seminare. (Tommaso Fazello, Le due deche dell’historia di Sicilia)

Nell’epoca dei Grand Tour dei colti viaggiatori europei, Tindari costituiva una delle mete siciliane più ambite. Nel 1776, Jean-Pierre Houël fornì la prima dettagliata descrizione delle vestigia nel suo libro Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari e nelle sue illustrazioni.

Houël - Veduta della città di Tindari

Houël – Veduta della città di Tindari

Houël - Interno di una abitazione

Houël – Interno di un edificio

Houël -Il teatro di Tindari

Houël -Il teatro di Tindari

Houël - Frammenti di Architetture e di Statue

Houël – Frammenti di Architetture e di Statue

 

Nel 1820 il Conte Louis de Forbin (1777 –1841) pittore e scrittore francese e direttore del Louvre, visitò la Sicilia e fece anche una breve tappa a Tindari che così descrisse nel suo libro Souvenirs de Sicile:

Eravamo a ottanta miglia da Palermo e trenta da Messina. È su altopiano molto elevato, che avanza nel mare, nei pressi di un piccolo convento dedicato alla Vergine (Madonna di Tindara), che si trova Tindari, in passato città  popolosa e  ricca del suo commercio. I resti di una fortezza, un teatro, un anfiteatro, sono ancora pittorescamente visibili in mezzo a viti selvatiche e alberi di carrubo. Dal punto del promontorio dove ci trovavamo si godeva anche una vista ammirevole. Le rovine di un tempio che potrebbe essere quello di Cerere, coprivano una collina vicino a noi. Abbastanza vicino si trovava quello di Mercurio, dal quale Verre aveva fatto rimuovere la statua.
Grandi pietre bianche ammucchiate indicano il circuito delle mura di Tindari e le sue porte principali. Il percorso passa ancora negli stessi punti della via antica. Sono quindi andato a visitare la chiesa della Vergine, che risale al XV secolo.

Nel 1808, il console generale inglese per la Sicilia, Robert Fagan, che era pittore e archeologo, intraprese la prima campagna di scavi. Dopo la sua morte parte della sua collezione archeologica venne acquistata dal Museo archeologico regionale “Antonio Salinas” di Palermo.

Scavi condotti dal 1950 al 1964 hanno portato alla luce la topografia antica di Tindari e il suo impianto urbanistico. Altri scavi sono stati effettuati nel 1993, 1996 e 1998 .

A Tindari nel 1957

A Tindari nel 1957 Album di famiglia

 

Tindari nel 1957

Tindari nel 1957 Album di famiglia

 

 

Il Teatro Greco

Il teatro di Tindari fu costruito in forme greche alla fine del IV secolo a.C. e in seguito rimaneggiato in epoca romana.

Rimasto a lungo in abbandono era appoggiato alla naturale conformazione a conca della collina, nella quale furono scavate le gradinate dei sedili della  cavea divisa in nove cunei, che doveva raggiungere una capienza di circa 3000 posti. L’edficio originario compresa la base della scena è tutto fabbricato con massi squadrati di pietra arenaria come quelli delle mura. In età romana vi si aggiunse un portico in opera laterizia e la ricostruzione della scena di cui restano solo le fondazioni e un’arcata. L’orchestra venne trasformata in un’arena circondando la cavea con un muro.

Dal 1956 si svolgono rappresentazioni di danza, musica, teatro.

Dal 2001 si svolge nel periodo estivo il “Festival dei due mari” di rappresentazioni teatrali insieme a Villa Pisani di Patti marina..

Dall’agosto del 2014 vi ha luogo “Indiegeno Fest”, festival di musica leggera.

Teatro greco di Tindari

Teatro greco di Tindari

Altri resti archeologici

L’impianto urbanistico si articolava su tre decumani, strade principali, posti a quote diverse, che si incrociavano ad angolo retto e a distanze regolari con i cardini, strade secondarie e in pendenza. Sotto i cardini correva il sistema fognario della città.

Uno dei decumani rinvenuti costeggia ad una estremità il teatro, situato più a monte e scavato nelle pendici dell’altura, e all’altra estremità sfocia nell’agorà, oltre la quale, nella zona più elevata, occupata oggi dal Santuario della Madonna Nera, doveva trovarsi l’acropoli. Presenta pavimentazione di basole squadrate in pietra arenaria.

Le mura cittadine attualmente visibili sono dovute ad una ricostruzione del III secolo a.C.  La cinta si sviluppava per una lunghezza di circa 3 km . A distante diseguali si innalzavano torri quadrate. La porta principale, sul lato sud-occidentale, era fiancheggiata da due torri e protetta da un’antiporta .

Nell’area urbana è stato portato alla luce un isolato completo. A causa della pendenza del terreno, i diversi edifici che la compongono erano costruiti su terrazze a diversi livelli.

È visibile un piccolo complesso termale pubblico datato al III sec. d.C.

Sul decumano inferiore si aprivano sei tabernae, o ambienti per il commercio. Su queste poggiava un’ampia domus con peristilio a dodici colonne in pietra con capitelli dorici.  Al livello più alto una seconda domus,  con peristilio simile alla precedente, presenta il tablinum (sala di rappresentanza ) presentava un prospetto a due colonne con capitelli corinzi italici in terracotta.  Le due case vennero costruite nel I secolo a.C. .

La cosiddetta “Basilica” o “Ginnasio” è un propileo  con accesso all’agorà, situato nel punto in cui vi entra il decumano massimo. Si tratta di un edificio polifunzionale a due piani, risalente al IV secolo costruito in  pietra arenaria che presenta un ampio passaggio centrale con volta a botte ripartito da nove arcate. Ai lati altri archi delimitano degli accessi secondari così che l’edificio appare diviso in tre gallerie. Aderenti all’ estremo muro della galleria a ponente del prospetto si osservano gli avanzi di una scala, e quindi una celletta rettangolare con in fondo una nicchia. Negli scavi eseguiti, si rinvennero  alcuni tronchi di colonne di pietra arenaria, ed altre mezze colonne di marmo bianco aderenti a pilastri.

 

 

Il santuario della Madonna Nera

Il Santuario di Tindari è uno dei Santuari Mariani più conosciuti della Sicilia. Al suo interno è custodita una scultura lignea (in cedro del Libano) di stile bizantino, realizzata presumibilmente in un periodo compreso tra la fine del secolo VIII e i primi decenni del secolo IX. La Madonna è nera, con un caratteristico volto allungato, ed è una Theotókos Odigitria: un tipo di iconografia cristiana diffusa in particolare nell’arte bizantina e russa del periodo medioevale. La Madonna è rappresentata come Regina seduta in trono con in capo una corona, mentre regge in grembo il Bambin Gesù tenendo la mano destra sollevata, benedicente. Sotto il trono, la scritta “Nigra Sum Sed Formosa” riprende la frase del Cantico dei Cantici 1,5, e 1,6, e significa “Sono nera ma formosa” oppure  “Sono bruna ma bella“.

Secondo la tradizione la scultura fu portata da una nave a Oliveri e poi custodita a Tindari quando  in Oriente dilagava la persecuzione iconoclasta opera dell’imperatore Leone III Isaurico.

Santuario di Tindari

Santuario di Tindari

 

Il Santuario è diviso in due parti, una antica e una moderna. Il Santuario antico fu costruito sui ruderi del primo Santuario nel 1598, e contiene diverse testimonianze del passato. Nel 1953 furono realizzati lavori di ampliamento lasciando intatta l’antica chiesetta. L’edificio moderno è stato realizzato nel 1975.

Madonna del Tindari

Madonna del Tindari

 

Leggende e curiosità

Molte leggende sulla Madonna Nera di Tindari ritenuta artefice di numerosi miracoli sono state nel tempo tramandate oralmente tra gli abitanti dei paesi vicini. Una in particolare godeva di molto credito al tempo in cui trascorrevo a Falcone (a poca distanza da Tindari) le vacanze estive. Si raccontava che  una donna piuttosto scura di carnagione giunta dall’interno della Sicilia, a qualcuno che le chiedeva il perché della sua presenza a Tindari rispondeva: «vinni di luntana via ppi vidiri una chiù nira di mia (sono venuta da lontana via per vedere una più nera di me)». Ma poiché teneva in braccio la sua bambina e mentre parlava gesticolava, la bambina le cadde e precipitò giu dalla rupe. Ma si salvò perché per miracolo si fornò un laghetto in mezzo alla spiaggia che si trovava ai piedi della rupe. L’acqua attutì l’impatto e alcuni volentersi corsero a salvarla anche dal possibile annegamento. Il riferimento è ai laghetti di Marinello che si trovano appunto ai piedi della ripe sulla quale sorge il santuario..

Laghetti di Marinello

Laghetti di Marinello – Foto di Andrea

 

Secondo un’altra leggenda, la nave che trasportava la scultura per sottrarla alla persecuzione iconoclasta, si era rifugiata nella baia dei laghetti di Marinello per sfuggire ad una tempesta. Cessata la tempesta però la nave non riusciva a partire. I marinai, depositarono a terra parte del carico, pensando che fosse questo ad impedire la partenza, ma solo quando vi portarono anche la statua, la nave poté riprendere il mare. Segno che la Madonna voleva rimanere a Tindari. La statua fu quindi portata sul colle e riposta dentro una piccola chiesa che  in seguito divenne meta di  pellegrinaggi per la fama miracolosa acquistata nel tempo dal simulacro.

Marinello Foto di Andrea

Marinello Foto di Andrea

Guido delle Colonne (1210-1287), poeta della scuola siciliana e giurista, nella sua Historia, rifacendosi a fonti del I secolo ed a Virgilio, inserisce Tindari come protagonista nelle leggende troiane. Prorpio a Tindari sarebbe nata Elena e a Tindari sarebbe stata rapita da Paride figlio di Priamo re di Troia. Soldati tindaroti avrebbero poi partecipato alla guerra di Troia. Per quanto storicamente incoerente questa leggenda testimonia di un legame culturale tra Tindari e la guerra di Troia, tra Tindari e il mito di Elena. L’esistenza di un culto di Elena e dei Dioscuri è provata dalle incisioni presenti su antiche monete coniate a Tindari, in alcune pietre, in ceramiche, bronzi e  mosaici.

Esiste nel monte di Tindari una grotta ricca di cunicoli e stalattiti che la leggenda vuole  che fosse la dimora di Donna Vila (o Donnavilla), una strega maliarda, una specie di Circe, che ammaliava e attirava a se´i naviganti per poi ucciderli precipitandoli in una cisterna visibile in fondo alla grotta.  La leggenda deriva probabilmente da un antico culto pagano risalente ad un’epoca più antica di quella dell’insediamento dei Messeni e in origine la donna era una divinità.

 

Giuseppe Picciolo

 

Fonti

Filippo Imbesi, Giuseppe Pantano, Luigi Santagati. Ricerche storiche ed archeologiche nel Val Demone. Atti del convegno del 17.18 maggio 2014 di Monforte San Giorgio (ME). Società Nissena di Storia Patria, Caltanissetta 2014

Tommaso Fazello, Le due deche dell’historia di Sicilia

Louis De Forbin, Souvenirs de Sicile

Jean-Pierre Houël, Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari

Domenico Lo faso Pietrasanta, Le antichità della Sicilia, Palermo 1842